Intraprendenza


Che delusione. È tutto molto deludente. Io ti vedo. Sei giovane, un baldo giovane pieno di voglia di fare e di talento. Lo sai applicare in più campi ed è proprio questo a dimostrare che fondamentalmente sei intelligente. Quando avevo la tua età, però, ero più intraprendente. Poi, vabè, ho avuto distrazioni, cose, gente, imprevisti. Sostanzialmente… La Vita, e non sono stato capace di mantenermi integro di fronte alle numerose e naturali fatalità delle circostanze. Tutto ciò mi ha cambiato. Mi ha trasformato nella larva che sono ora. Non vedi che non ho più braccia nè gambe? Come hai fatto a non notarlo? Non riesci a vedere come devo strisciare per potermi muovere? Almeno non inciampo più. Sai, non è male, alla fine mi ci sono abituato. Ci si abitua a tutto. Alla puzza, alle tasse, all’abulia. Insomma, dopotutto devo solo stare un po’ attento a dove striscio. Una volta mi è capitato di passare su dei cocci di bottiglia rotti, non puoi immaginare il fastidio. Non tanto per le scheggiette che si infilzavano nella pelle, quelle sono piccole e il corpo le espelle da solo, ma per il mio già molto flebile orgoglio. Anche in quello stato certamente risibile, sono riuscito a farmi del male. Per non parlare di quando devo attraversare la strada! Le macchine vanno velocissime e non ho più gambe agili e scattanti che mi permettono di passare dall’altra parte con un salto! La cosa che mi spaventa di più, però, è la folla. Oh sì… Quell’ammasso di carne che deambula da un bisogno all’altro. Formiche operose pronte a sacrificare gran parte della vita in un ufficio a scrivere cose assurde su un foglio virtuale. Tipo il tizio che sta raccontando questa storia. Io, tu, noi non siamo veri, palpabili… Come posso spiegartelo in termini che comprenderesti? Vediamo… Noi siamo… Siamo, prima, rudimenti di una naturale ed elementare attività cerebrale. Poi diventiamo qualcosa di leggermente più complesso. Diciamo… Un minestrone di ricordi, gioie, frustrazioni e desideri che prendono la forma di un pensiero. Ancor dopo, grazie ad un decisamente complesso sistema nervoso, attraversiamo il corpo e per merito di qualche falange e un pò di plastica veniamo trasmessi su questa piattaforma digitale, dotati ora di un curioso quanto essenziale codice binario che ci permette più o meno di esistere. Tu pensa, anche in questo stato continuiamo a mantenere quello strano stato di intangibilità. Continuiamo ad essere impalpabili, fittizi. Eppure esistiamo! Voglio dire… stiamo parlando! Viviamo in questo limbo… cioè… lo spazio bianco fra una lettera e l’altra. Esistiamo… Siamo…Un po’ come un sogno. Sì. Noi, siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Quest’ultimo slancio poetico non è farina del sacco del tipo che sta scrivendo. Sia chiaro. Comunque dov’ero rimasto? Non ricordo. Tu ricordi? No è… È sempre così. Parlo e dopo un pò perdo il filo del discorso. Ma sì, al diavolo! Che senso ha parlare, dopo tutto? Dico davvero: serve davvero conversare con qualcuno per instaurare un rapporto profondo? Cioè, bisogna per forza parlare? Prendi noi due per esempio. Da quanto ci conosciamo? Dieci anni? Sì, dieci, ed è la prima volta che parliamo! Se non sbaglio. O no?

Intraprendenza, Antony Risi

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